11 settembre 2026 – Trentasei miliardi di euro di investimenti entro il 2050 per trasformare porti, bunkeraggio e filiere energetiche italiane. È la dimensione economica della decarbonizzazione dello shipping nazionale delineata dal rapporto strategico “Decarbonizzare il mare, rafforzare l’Italia: trasporto marittimo, vettori energetici e porti, nuova competitività nel Mediterraneo”, realizzato da TEHA Group con Edison e NextChem e presentato al Forum di Cernobbio.
La cifra non riguarda soltanto le navi. Dentro i 36 miliardi rientrano infrastrutture portuali per stoccaggio e bunkeraggio dei nuovi combustibili, unità per il rifornimento ship-to-ship, elettrificazione delle banchine e capacità nazionale di produzione dei fuel alternativi.
Il problema parte dalla flotta esistente: circa il 95% delle navi da trasporto utilizza ancora combustibili convenzionali. Ma l’orderbook mostra già una direzione differente: i fuel alternativi rappresentano il 51% del tonnellaggio navale attualmente ordinato a livello mondiale.
La transizione sarà quindi necessariamente multi-fuel. Nel breve e medio periodo avranno spazio GNL e bio-GNL, mentre cresce l’interesse per biometanolo e, su un orizzonte più lungo, idrogeno, ammoniaca verde ed e-fuel.
La vera partita per l’Italia si gioca però a terra. Una nave alimentata con un nuovo combustibile deve trovare nel porto serbatoi, sistemi di sicurezza, capacità di rifornimento e soprattutto disponibilità del prodotto a prezzi competitivi. Senza questa infrastruttura il porto rischia di perdere attrattività indipendentemente dalla qualità delle proprie banchine.
Lo studio stima che i 36 miliardi di investimenti possano attivare 105 miliardi di valore della produzione e generare 45 miliardi di valore aggiunto. Oltre la metà di quest’ultimo, il 51,4%, potrebbe ricadere nel Mezzogiorno.
C’è anche lo scenario opposto. Senza gli investimenti necessari, secondo il rapporto, l’Italia rischierebbe di perdere circa 80 miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2050. La decarbonizzazione dello shipping diventa quindi una questione di politica industriale. Il porto del futuro non sarà scelto soltanto perché ha fondali profondi e gru alte. Sarà scelto anche perché avrà il carburante che la nave può utilizzare.






