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Settant'anni di container: il gigante della logistica è diventato troppo grande?

 

Settant'anni di container: il gigante della logistica è diventato troppo grande?

24 agosto 2026 - Settant'anni dopo il primo viaggio commerciale che diede avvio alla containerizzazione moderna, il box d'acciaio continua a essere l'unità fisica sulla quale poggia una quota enorme degli scambi mondiali. Il problema, oggi, non è più convincere porti, armatori e ferrovie a utilizzare uno standard comune. È gestire la scala raggiunta dal sistema.

La containerizzazione commerciale avviata da Malcom McLean nel 1956 eliminò una parte enorme delle movimentazioni manuali che rendevano costoso e lento il passaggio delle merci tra nave e terra. Lo stesso box poteva viaggiare su camion, treno e nave senza essere svuotato a ogni cambio di modalità. Il costo portuale crollò e con esso una delle principali barriere alla produzione su scala globale.

Oggi il container shipping sostiene circa il 60% del commercio mondiale e più di 7.000 navi sono impiegate nel sistema.

Ma la ricerca di economie di scala ha cambiato radicalmente le dimensioni delle unità. Le portacontainer da oltre 20.000 TEU concentrano in una singola call volumi che obbligano terminal, gate, ferrovia e autotrasporto a gestire picchi sempre maggiori.

Il vantaggio economico ottenuto in mare può così trasformarsi in pressione a terra.

Non tutti i porti dispongono di fondali, gru, piazzali e collegamenti inland sufficienti per lavorare efficientemente le ultra-large container vessels. Quando la capacità terminalistica non cresce allo stesso ritmo di quella navale, la congestione assorbe una parte delle economie ottenute aumentando la taglia delle navi.

C'è poi il problema degli empty. Le grandi asimmetrie commerciali producono milioni di container vuoti che devono essere riposizionati verso le aree esportatrici. Sono box che occupano slot sulle navi, spazio nei terminal e capacità ferroviaria senza trasportare merce remunerativa.

La risposta dei terminal sta passando attraverso automazione, digitalizzazione e sistemi di stoccaggio sempre più densi. Il London Gateway di DP World è uno degli esempi citati nell'evoluzione verso depositi automatizzati capaci di ridurre la superficie necessaria per movimentare volumi crescenti.

Intanto la flotta continua ad aumentare. PrimoMagazine ha analizzato nei giorni scorsi un orderbook che si avvicina al 42% della capacità esistente. Una parte sostituirà tonnellaggio anziano, ma le nuove consegne aggiungeranno ulteriore pressione a terminal e corridoi terrestri.

A settant'anni dalla sua introduzione, dunque, il container non è in crisi: è vittima del proprio successo industriale. Lo standard che ha reso possibile trasferire merci senza soluzione di continuità tra mare e terra ha generato volumi e concentrazioni che richiedono una nuova generazione di infrastrutture.

Il prossimo salto di produttività non dipenderà probabilmente dal box, rimasto quasi immutato nella sua funzione essenziale, ma da ciò che gli sta intorno: terminal automatizzati, gate digitali, ferrovia ad alta capacità, gestione degli empty e scambio dei dati lungo l'intera catena.

Dopo settant'anni, la rivoluzione del container deve quindi spostarsi dalla nave alla terra.


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