24 agosto 2026 - Il
Sud-est asiatico dispone di alcuni dei maggiori porti mondiali, aeroporti
internazionali in continua espansione, grandi distretti manifatturieri e una
posizione centrale sulle rotte tra Oceano Indiano e Pacifico. Il problema si
sposta sempre più dalle infrastrutture fisiche alla capacità di farle
funzionare come un sistema regionale.
Il tema è tornato al
centro del dibattito nell'ASEAN con la proposta di creare una struttura
sovranazionale dedicata alla logistica, sul modello di una vera e propria super
agency. La proposta parte soprattutto dall'esperienza malese: asset portuali,
aeroportuali e industriali di primo livello convivono ancora con competenze
amministrative frammentate e processi che non sempre dialogano tra loro.
È una situazione comune
a buona parte della regione. Singapore rappresenta un'eccezione per livello di
integrazione, ma il network produttivo del Sud-est asiatico si estende ormai
tra Malaysia, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine e altri mercati. Le
supply chain attraversano confini nazionali con una frequenza crescente.
Per un container, la
qualità della banchina rappresenta soltanto una parte del transit time. Dogane,
controlli, documentazione, collegamenti ferroviari e stradali, interoperabilità
dei sistemi informatici e procedure transfrontaliere possono incidere quanto la
produttività della gru.
L'ASEAN ha beneficiato
in questi anni della diversificazione manifatturiera internazionale e delle
strategie China+1. L'afflusso di nuovi investimenti produttivi sta però
aumentando la pressione su porti e corridoi terrestri.
L'interrogativo sulla
necessità di una nuova autorità regionale rimane politico e istituzionale. Dal
punto di vista logistico, il problema è già evidente: la crescita della
capacità fisica non produce automaticamente una supply chain integrata.
La prossima fase
competitiva del Sud-est asiatico si giocherà quindi meno sul numero di nuovi
terminal annunciati e più sulla capacità di ridurre tempi e discontinuità tra
uno Stato e l'altro.

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