19 agosto 2026 - Per decenni l'immagine del lavoro portuale è stata associata soprattutto alla forza fisica, alla movimentazione delle merci e alle grandi squadre impegnate sulle banchine. Oggi nei terminal entrano automazione, algoritmi, sensori, sistemi energetici e cybersecurity. E insieme alle tecnologie cambiano le persone necessarie per far funzionare il porto.
Il rapporto “Il futuro del settore portuale italiano: le professioni verso cui navigare”, realizzato da Randstad Research e presentato a Ravenna presso l'AdSP, fotografa una trasformazione che va molto oltre il semplice ricambio generazionale.
I numeri di partenza aiutano a comprendere la dimensione del settore. In Italia operano 58 porti attraverso i quali transita circa il 40% degli scambi import-export del Paese. Eppure, secondo i dati richiamati nella ricerca, nell'arco di quarant'anni il numero dei lavoratori portuali è diminuito del 28%, nonostante l'aumento dei traffici.
Non è soltanto una riduzione dell'occupazione. È soprattutto il risultato di un enorme aumento della produttività e della progressiva trasformazione delle modalità operative. Una gru moderna movimenta quantità di merce impensabili per le generazioni precedenti. I terminal container utilizzano sistemi digitali per programmare piazzali e mezzi. Gate automatizzati leggono targhe e codici. Port Community System collegano terminalisti, spedizionieri, agenti marittimi, dogane e istituzioni.
Ora sta arrivando una seconda trasformazione.
L'elettrificazione delle banchine trasforma il porto anche in infrastruttura energetica. Il cold ironing richiede impianti ad alta tensione, sistemi di controllo e professionalità capaci di gestire l'interfaccia tra nave e rete terrestre.
La decarbonizzazione introduce nuovi combustibili e con essi nuove competenze. LNG, metanolo, ammoniaca e idrogeno hanno caratteristiche differenti e richiedono procedure, impianti e sistemi di sicurezza specifici.
Contemporaneamente cresce la digitalizzazione. Più un porto diventa connesso, maggiore diventa la sua esposizione informatica. Una violazione dei sistemi non significa soltanto perdere dati: può bloccare gate, documentazione, movimentazione e operazioni logistiche. La cybersecurity portuale diventa quindi una funzione operativa esattamente come la sicurezza fisica.
Tecnici meccatronici, specialisti di manutenzione predittiva, analisti dei dati e professionisti capaci di interagire con sistemi automatizzati acquistano progressivamente importanza rispetto alle mansioni puramente manuali.
Il rapporto Randstad individua proprio in questa evoluzione le nuove professionalità verso cui il settore dovrà orientarsi. Ma esiste un problema: costruire un'infrastruttura è spesso più semplice che formare le persone necessarie a utilizzarla. Una banchina può essere realizzata in alcuni anni. Una professionalità tecnica richiede scuola, formazione, esperienza e aggiornamento continuo. La carenza di competenze potrebbe quindi diventare uno dei nuovi colli di bottiglia dei porti.
Ed è probabilmente questo il messaggio più importante della ricerca. La competitività portuale del futuro non dipenderà soltanto da fondali, gru, piazzali e ferrovia. Dipenderà anche dalla disponibilità di tecnici capaci di gestire sistemi energetici, infrastrutture digitali, automazione, sicurezza informatica e nuove tecnologie.
Il porto del futuro potrebbe avere meno lavoratori impegnati in alcune mansioni tradizionali, ma avrà bisogno di competenze molto più specializzate e trasversali. La sfida, quindi, non è semplicemente sostituire uomini con macchine. È preparare uomini e donne capaci di governare macchine e sistemi sempre più complessi.

.gif)





