21 maggio 2026 – Il trasporto ferroviario merci in Italia continua a mostrare segnali di forte difficoltà. Secondo il Rapporto Annuale Fermerci 2026, presentato al CNEL, il comparto registra per il terzo anno consecutivo una riduzione dei volumi, confermando una crisi strutturale che investe imprese ferroviarie, terminal, interporti e portualità nazionale.
Nel 2025 il traffico ferroviario merci ha registrato una flessione del 3,5% in termini di treni/km rispetto al 2024, proseguendo una tendenza negativa iniziata nel 2022 e che porta il calo cumulato del triennio 2022–2025 a circa il 7,8%. Segno meno anche per il traffico ferroviario con origine e destinazione nei porti italiani, negli interporti e nei terminal privati, che registra una contrazione di circa il 3% rispetto al 2024 e del 7% rispetto al 2022.
A lanciare l’allarme è il presidente di Fermerci Clemente Carta, secondo cui il settore rischia un deterioramento irreversibile in assenza di misure urgenti di sostegno.“Il settore è in crisi da troppo tempo. Le risorse assegnate finora sono servite soltanto a contenere parzialmente il calo dei volumi. Lavori sulla rete ferroviaria, tensioni geopolitiche, interruzioni dei valichi alpini e incertezza normativa stanno mettendo a dura prova il comparto”,
ha sottolineato Carta durante la presentazione del Rapporto.
Porti, interporti e logistica: un sistema sotto pressione
Il dato assume particolare rilievo per il sistema logistico nazionale perché colpisce direttamente i flussi intermodali collegati ai porti e agli interporti, proprio nel momento in cui le politiche europee puntano sul riequilibrio modale e sulla decarbonizzazione delle supply chain.
Secondo il Rapporto, il rallentamento della ferrovia merci mette a rischio uno dei principali obiettivi strategici dell’Unione Europea: trasferire quote crescenti di traffico dalla strada al ferro. Un tema particolarmente sensibile per l’Italia, dove il trasporto ferroviario continua a soffrire limiti infrastrutturali, interferenze con il traffico passeggeri e criticità sui corridoi alpini.
Il valore economico del ferro: 1,6 miliardi di beneficio per il Paese
Fermerci evidenzia però anche il valore economico e sociale generato dalla logistica ferroviaria. Nel 2024 il territorial economic footprint del cargo ferroviario ha superato 1,6 miliardi di euro, rappresentando il beneficio complessivo prodotto per il sistema economico nazionale grazie al minor impatto esterno rispetto al trasporto esclusivamente stradale.
Lo studio evidenzia inoltre come la quota di valore economico trattenuta sui territori attraversati dai servizi intermodali sia superiore rispetto al tutto-gomma:
98% sui traffici ferroviari internazionali
75% nel trasporto esclusivamente stradale
La leva ambientale: un treno vale 3.800 litri di gasolio risparmiati
Sul piano ambientale, il Rapporto ribadisce il vantaggio competitivo del ferro in termini di efficienza energetica. Ogni treno merci permette mediamente un risparmio di circa 3.800 litri di gasolio rispetto al trasporto dello stesso quantitativo di merce su gomma.
In un contesto di crescente attenzione alle emissioni Scope 3 e agli obiettivi ESG delle supply chain industriali, il dato rafforza il ruolo strategico del cargo ferroviario come leva di competitività oltre che ambientale.
Fermerci propone una legge di sostegno alla logistica ferroviaria
Dal CNEL arriva anche una proposta di carattere politico-istituzionale. Carta ha raccolto l’invito del presidente Renato Brunetta ad attivare la potestà legislativa del CNEL per promuovere una proposta di legge dedicata al sostegno della logistica ferroviaria, includendo:
* incentivi strutturali al ferro merci
* norme di semplificazione operativa
* maggiore spazio sulla rete ferroviaria
* riconoscimento strategico del settore nelle politiche nazionali dei trasporti.
Nel complesso, il Rapporto Fermerci fotografa un paradosso sempre più evidente: mentre Europa e Italia dichiarano di voler spostare quote crescenti di traffico dalla strada alla ferrovia, il sistema ferroviario merci nazionale continua a perdere volumi e competitività. Una dinamica che rischia di compromettere obiettivi industriali, ambientali e logistici proprio nel momento in cui il Mediterraneo torna centrale nelle catene del valore globali.


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