4 agosto 2026 - Maire Tecnimont ha deviato oltre 600 spedizioni verso porti e itinerari alternativi dall’inizio della crisi nell’area di Hormuz, riuscendo a consegnare circa 1.500 container ai cantieri del gruppo in Medio Oriente. La riorganizzazione rappresenta uno dei casi più significativi di adattamento di una supply chain industriale alle tensioni geopolitiche.
I materiali trasportabili in container sono stati instradati attraverso combinazioni alternative di collegamenti stradali e aerei. Gli impianti fuori sagoma hanno invece continuato a viaggiare via mare, utilizzando soluzioni logistiche definite sulla base delle condizioni operative dei singoli progetti.
Il gruppo ha comunicato che le attività di costruzione e avviamento non hanno subito interruzioni significative. A sostenere la continuità dei lavori è stata anche la disponibilità di componenti già presenti nei cantieri e la collaborazione con clienti e subappaltatori locali.
La riorganizzazione ha generato costi aggiuntivi, ma il management ritiene che saranno riconosciuti dalla committenza. Un meccanismo già sperimentato durante la pandemia e in occasione dell’uscita dal mercato russo, quando la modifica delle catene di fornitura rese necessario ridefinire trasporti, tempi e responsabilità.
L’esperienza dimostra come la resilienza industriale dipenda sempre più dalla capacità di modificare rapidamente rotte e modalità di trasporto. Per un gruppo impegnato nella realizzazione di grandi impianti energetici e petrolchimici, la logistica non riguarda soltanto la consegna dei materiali, ma determina direttamente l’avanzamento dei cantieri e il rispetto delle scadenze contrattuali.
Nonostante le tensioni, Maire conferma il Medio Oriente come uno dei mercati centrali per i prossimi decenni. Le principali compagnie dell’area non avrebbero ridotto i programmi di investimento e, in alcuni casi, avrebbero accelerato le decisioni sui progetti.
Parallelamente, il gruppo continua a diversificare la propria presenza geografica, con iniziative anche in America Latina. La crisi di Hormuz non modifica quindi la strategia industriale, ma impone una gestione logistica più flessibile, nella quale porti alternativi, trasporto aereo e soluzioni multimodali diventano strumenti permanenti di continuità operativa.

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